Ambientazione crepuscolare: micro e macro coabitano sopra un mattone di tufo ricoperto di muschio.
Seduta su una tartaruga.
La tartaruga, un corpo che è casa, nascondiglio, una pietra viva, assomiglia al ventre materno e, al tempo stesso, il suo collo è virilmente retrattile.
L’atmosfera è molto umida, ma dell’acqua c’è solo un accenno nei riflessi in basso, sulla battuta oscura del gradino di pietra.
La battuta oscura è un rimando al sotto, al dentro (come la tartaruga) ed è un argine per l’acqua.
L’acqua è alla base della vita, è in buona parte ciò che siamo e ciò da cui proveniamo, ma è pure il primo specchio in cui ci siamo specchiati ed è quello stesso specchio/presagio del mito di Narciso.
Sul filo dell’acqua, sul filo della coscienza, al limite del sogno e della vita. L’acqua, col suo scorrere, il suo continuo mutare e, al tempo stesso, la sua capacità di deformare ciò che riflette, raccoglie in sé l’illusione ottica, l’inganno, l’onirico e la morte, ma è anche all’origine della vita stessa.
L’acqua è un valore assoluto ma, al contempo, una latenza; per questa ragione non è esplicita, ma è dentro alle cose.
La scia in cielo è l’incanto e la direzione da seguire. Attrae lo sguardo e indica la via ai Magi; è un astro a portata di mano .
Il seme d’olmo, o pane dei maggiolini, evoca il ventre materno e il carapace della tartaruga, ma è anche ciò che si annuncia.
Sulla sinistra ci sono dei rami secchi, poiché non c’è natura senza stratificazione, senza cicli, senza rami che hanno smesso di germogliare.
Sul fondo c’è un Cedro del Libano. Nel caso di questa pianta, il nome “cedro” non deriva da “citrus”, come per l’omonimo agrume, ma dalla lingua ebraica “Qidròn” (vedi fiume Cedron, o più letteralmente Chidron o Chedron), che significa “oscuro”. Il cedro è memoria d’infanzia, oscuro e blu profondo come il sogno; è un’immagine onirica e paterna al tempo stesso. Appare come uno spirito, una struttura coperta da veli. È fantasma, installazione di Christo, una realtà celata, una quinta teatrale, cela ciò che non può essere messo in scena. La gonna è la nostra tenda dai mille papaveri rossi.
Tra le gambe, l’eclissi.
Tra le dita della mano destra, una foglia d’olmo.
Sul manico della campanella c’è una scritta in Esperanto: “NIA SPIRO", nostro respiro.
La campanella annuncia e convoca.